Il paradosso della Google car
La Google Car è troppo perfetta per convivere con il guru del caos, l’unico animale sulla Terra che è riuscito a darsi delle regole da solo, per poi infrangerle. Ed è proprio questo il problema: prendiamo le strisce pedonali. Se ne conosce anche la storia: la cronaca riporta la data del 31 ottobre del 1951 come inaugurazione del primo attraversamento pedonale autorizzato dal codice stradale, a Slough, nel Berkshire. Non c’è dubbio che le abbia inventate l’uomo. Eppure molti autisti non si fermano quando il nemico, il pedone, le vuole attraversare. Dite a una Google Car di rispettare le strisce pedonali ed ecco scatenata l’entropia: quella macchina-robot è disciplinata, se «percepisce» un bipede rallenta. E l’automobilista dietro gli va addosso.
È stata questa la dinamica dell’ultimo
incidente di una Google Car lo scorso 20 agosto comunicato dalla stessa
società lunedì. L’auto che si guida da sola si è rallentata da sola
quando un uomo di cui non sono state rese note le generalità ha
attraversato la strada. Un altro uomo che era alla guida (anche se
procedono da sole dentro c’è sempre un autista chiamato «di sicurezza»)
non si è fidato e ha azionato manualmente i freni. L’auto che seguiva ha
preso la povera Google Car in pieno, l’unica che non c’entrava niente
in tutta la vicenda. Secondo Google se l’automobile fosse stata lasciata
in pace avrebbe rallentato ancora un po’ per frenare dando il massimo
spazio a chi la seguiva.
Tutti e 16 gli incidenti di cui si ha traccia sono
così, paradossali. Il solo in cui una Google Car è andata contro un
altro mezzo ed è stata dunque legalmente responsabile per l’incidente è
quello dell’agosto del 2011: pare che l’autista si stesse annoiando e
che avesse preso i comandi.
Tradotto: a dare retta ai risultati
dei test in un mondo in cui dovessimo stracciare la patente a tutti e
permettere solo alle automobili che si guidano da sole di circolare
dovremmo raggiungere il risultato ottimale, zero incidenti. Non bevono
(alcol, s’intende), non si stancano e, soprattutto, non chiedono mai
l’aumento riunendosi in sindacati.
E qui finisce l’elogio dell’auto
che si guida sola. Sì, perché i test - sebbene siano avvenuti in strade
cittadine - sono stati fatti per certi versi in vitro, in ambienti per
così dire controllati. Sopravviverà la super car allo scontro con il
peggior nemico di qualunque automobilista, il navigatore satellitare? Le
automobili che si guidano da sole (oltre a Google le sta studiando
Apple, Uber, Mercedes) dipendono dai sensori e dalle mappe delle strade.
Ma l’autista in carne e ossa quando viene mandato dai navigatori fuori
dalle rotte commerciali può fare due cose: insultare le mappe e
improvvisare. Rituali misteriosi per un robot.
Come ha detto al New York Times Donald
Norman, il direttore del Design Lab dell’Università della California,
«il vero problema è che sono troppo sicure», queste auto «devono
imparare ad essere aggressive nella giusta dose. E la giusta dose
dipende dalle differenti culture». Bisognerà insegnargli che entrare in
un incrocio a Mumbai, Londra, Napoli sono cose ben diverse. Nel
quartiere Shibuya di Tokyo c’è quello che viene considerato
l’attraversamento pedonale più complicato del mondo: con il verde
possono riversarsi sull’incrocio anche mille persone alla volta. Chi
glielo spiegherà come comportarsi alla Google Car?


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